Comune di Catania

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S. Agata
Vergine e Martire Catanese Patrona Principale della città e Arcidiocesi

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IL MIRACOLO DEL VELO^ Torna in cima


Era trascorso un anno esatto dal martirio quando l'Etna minacciò di distruggere Catania con un’inarrestabile e spaventosa colata lavica. Soltanto nel momento di maggiore sconforto qualcuno si ricordò dell’iscrizione sulla tavoletta di marmo con cui l’angelo aveva promesso aiuto alla città di Catania, patria di Agata. Così i catanesi, delicatamente e con grande devozione, presero il velo rosso poggiato sul sarcofago della santa e, tra preghiere e invocazioni, lo portarono in processione dinanzi al fronte della colata.Il fiume di magma infuocato si arrestò per miracolo, lasciando incolumi gli abitanti e intatte le case dei villaggi ai fianchi del vulcano. Fu un tripudio: lodi, celebrazioni, inni di ringraziamento. Proprio in seguito a questo evento Agata fu proclamata santa. Dopo questo primo miracolo la fama di sant’Agata si diffuse rapidamente in tutta l’isola e da lì a poco si propagò oltre lo stretto di Messina. La sua tomba, venerata in una cappelletta nei pressi del luogo del martirio, divenne meta di numerosi pellegrinaggi. il SUO nome venne in seguito inserito nel canone della messa e, fino alla recente riforma del concilio Vaticano II, era pronunciato ogni giorno dai sacerdoti in testa all’elenco delle sante martiri ricordate dalla Chiesa. Con quel primo miracolo ottenuto per intercessione di sant’Agata, Catania legò in maniera indissolubile il suo nome e il suo destino alla potente concittadina, che allora seppe salvare la città dalla furia distruttrice dell’Etna e in seguito l’avrebbe salvata ancora molte altre volte da diversi nemici.


LUCIA, PELLEGRINA SPECIALE^ Torna in cima


Tra i devoti che ogni giorno visitavano il luogo in cui era sepolta Sant’Agata, una volta giunse anche una pellegrina speciale. Erano passati circa cinquant’anni dal martirio, quando dalla vicina città di Siracusa giunse la giovane Lucia che accompagnava la madre Eutichia, gravemente ammalata. Lucia, inginocchiata sulla tomba della vergine e martire catanese, pregò con fervore per la guarigione della madre. Fu allora che sant’Agata le apparve: “ Sorella mia Lucia ”, le disse, “ perchè chiedi a me ciò che tu stessa puoi porgere a tua madre? ”. E poi aggiunse: “ Anche tu, proprio come me, subirai il martirio per la tua fede in Cristo ”.Lucia ritornò a Siracusa col cuore pieno di gioia e di speranza. La madre guarì e la profezia del suo martirio si avverò un anno dopo: santa Lucia è stata infatti martirizzata il 13 dicembre del 303, durante le persecuzioni di Diocleziano.


SANT’AGATA, SALVATRICE DI CATANIA^ Torna in cima


Gli avvenimenti più importanti che hanno riguardato la città di Catania sono legati a sant’Agata: eruzioni, terremoti, assedi, malattie, forze terribili e devastanti, eventi paurosi di fronte ai quali gli uomini si rivelano impotenti. Ma i catanesi, fiduciosi nella promessa scritta sulla tavoletta che l’angelo consegnò alla città, hanno invocato l’aiuto della santa concittadina e hanno ottenuto sempre la sua protezione. Per più di quindici volte, dal 252 al 1886, Catania è stata salvata dalla distruzione della lava. Ed è poi stata preservata nel 535 dagli Ostrogoti, nel 1231 dall’ira di Federico Il, nel 1575 e nel 1743 dalla peste. Ma chi può contare le grazie ricevute in più di diciassette secoli dai catanesi e da quanti in tutto il mondo cristiano si sono affidati a lei?

La liberazione dall'eccidio

Il 25 luglio 1127 i Mori presero d’assedio le coste siciliane. Dove approdavano erano stragi, massacri e rapine. Quando stavano per assalire la costa catanese, gli abitanti della città ricorsero all’intercessione di sant’Agata e la grazia non tardò: Catania fu risparmiata da quel flagello. Un altro episodio ha dimostrato ancora una volta che la città ai piedi dell’Etna ha sempre goduto della vigile protezione di sant’Agata. Nel 1231 Federico li di Svevia era giunto in Sicilia per assoggettarla. Molte città si ammutinarono e Catania fu tra queste. Federico Il furente ne ordinò la distruzione, ma i catanesi ottennero che, prima dell’esecuzione di quello sterminio, in cattedrale venisse celebrata l’ultima messa, alla quale presenziò lo stesso Federico Il. Fu durante quella funzione che il re svevo, sulle pagine del suo breviario, lesse una frase, comparsa miracolosamente, che gli suonò come un pericoloso avvertimento: “ Non offendere la patria di Agata perché ella vendica le ingiurie ”. Immediatamente abbandonò il progetto di distruzione, revocò l’editto e si accontentò soltanto che il popolo passasse sotto due spade incrociate, pendenti da un arco eretto in mezzo alla città. A Federico bastò un atto di sottomissione e lasciò incolumi i cittadini e Catania, salvata per l’intercessione della Madonna delle Grazie e di sant’Agata. La città ricorda questo evento con un bassorilievo di marmo che si trova oggi all’ingresso del Palazzo comunale e raffigura Agata, seduta su un trono come una vera regina, che calpesta il volto barbuto di Federico li di Svevia.

La lava e i terremoti

Nel 1169 un terremoto fece da preludio a una tremenda eruzione. Un fiume di lava, scorrendo per i pendii deIl’Etna e allargandosi per le campagne, distruggeva ogni cosa al suo passale e avanzava inarrestabile verso la città. Ma, come era avvenuto un anno dopo la morte di sant’Agata, una processione col sacro velo bloccò il fiume di lava. Miracoli simili i catanesi li ottennero anche nel 1239, nel 1381, nel 1408, nel 1444, neI 1536, nel 1567 e nel 1635. Ma l’eruzione più disastrosa avvenne nel 1669: una serie di bocche si aprirono lungo i fianchi del vulcano, che eruttò lava e lapilli per sessantotto giorni. La lava distrusse molti centri abitati e giunse fino in città, circondando il fossato del Castello Ursino. Nella sacrestia della cattedrale un affresco, realizzato dieci anni dopo l’eruzione da chi aveva vissuto in prima persona quei tragici momenti, descrive le scene quasi apocalittiche di quella eruzione. Quando il magma era giunto a una distanza di trecento metri dal duomo, miracolosamente scansò i luoghi in cui sant’Agata era stata imprigionata, aveva subito il martirio e dove poi era stata sepolta, per andare a scaricarsi in mare e proseguire per più di tre chilometri. Sembrò chiara la volontà della santa catanese di salvare i luoghi che appartenevano alla sua storia e al suo culto. A quella terribile eruzione è legato anche un altro evento prodigioso: un affresco, che raffigurava sant’Agata in carcere, e che si trovava in un’edicola sulle mura della città, fu trasportato intatto dal fiume di lava per centinaia di metri. Ora quel dipinto si trova sull’altare maggiore della chiesa di Sant’Agata alle Sciare, a Catania. Dono di ringraziamento per aver salvato la città dalla distruzione totale è la grande lampada votiva d’argento che si trova al centro della cappella di sant’Agata nella cattedrale e che Carlo Il di Spagna volle offrire alla patrona della città. Nel 1693 un violento terremoto fece tremare Catania. Ci furono diciottomila morti. Nessuno dei novemila superstiti dopo la catastrofe voleva più ritornare in città. Catania sarebbe diventata una città fantasma se un delegato del vescovo, in processione con le reliquie di sant’Agata, non avesse supplicato il popolo a rimanere e a ricostruire la città. Nel 1886 una bocca eruttiva si era aperta a Nicolosi, un centro abitato alle pendici dell’Etna. Il beato cardinale Dusmet, il 24 maggio, portò in processione il velo di sant’Agata e, benché la processione si fosse fermata in un tratto in discesa, il magma lavico si arrestò immediatamente. In memoria dello straordinario miracolo, in quel punto sorge ora un piccolo altare.

La peste

In più occasioni sant’Agata pose benigna la sua mano sulla città anche a protezione dalle epidemie. Nel 1576, quando la peste cominciò a diffondersi poco lontano da Catania, il senato pensò di ricorrere all’intercessione della patrona. Le reliquie furono porta in processione lungo le vie della città e, una volta giunte accanto agli ospedali dove erano ricoverati gli appestati, essi guarirono e nessuno fu più contagiato. I catanesi ottennero un altro segno di protezione nel 1743, quando una seconda ondata di peste stava per diffondersi da Messina anche a Catania. Il miracolo ci fu anche stavolta: le reliquie furono portate in processione e la peste cessò. In ricordo di questo prodigio fu eretta nella zona del porto, una colonna sormontata da una effigie di sant’Agata che schiaccia la testa di un mostro, simbolo della peste.


I PATRONATI^ Torna in cima


Le città

In Italia sant’Agata è patrona di 44 comuni, dei quali 14 portano il nome della santa. Il titolo più antico di patrona lo detiene Catania. Qui la devozione è profondamente radicata e il nome di Agata, invocato a gran voce, implorato, glorificato, riecheggia nella storia della città. La “ A ”, lettera iniziale di questo popolarissimo nome, sormonta il monumento principale della città, l’elefante Eliodoro, simbolo di Catania. Un’altra “ A ” si staglia nella pietra sulla facciata del Palazzo municipale, una campeggia al centro dello stemma civico, un’altra al centro del gonfalone dell’Università. All’estero sant’Agata è compatrona della Repubblica di San Marino. Questa devozione ha un’origine antica: secondo la tradizione proprio il 5 febbraio, giorno del martirio della santa catanese, uno scalpellino dalmata di nome Marino, sfuggito con altri cristiani alle persecuzioni di Diocleziano (nel IV secolo), fondò il piccolo Stato sorto attorno al monte Titano. Ma la santa catanese è compatrona anche di Rabat, a Malta, dove una tradizione locale vuole che Agata si fosse rifugiata durante le persecuzioni di Decio. Gli abitanti di Rabat hanno voluto individuare nelle “ catacombe di sant’Agata ” il punto preciso in cui si nascose per alcuni giorni. Anche qui la devozione affonda le sue radici nella storia: il 20 luglio 1551, durante il primo assedio di Malta, una statua di sant’Agata fu collocata sulle mura della città affinché la proteggesse. La tradizione vuole che mille abitanti dell’isola, con l’aiuto celeste della santa, siano riusciti a contrastare e a bloccare l’assedio di diecimila turchi. In Spagna Agata è la patrona di Villalba del Alcor, in Andalusia, dove esiste un simulacro rivestito di preziosi broccati. Sant’Agata è venerata anche a Jena, in provincia di Valencia, mentre a Barcellona le è stata dedicata la cappella del Palazzo reale, dove i re cattolici ricevettero Cristoforo Colombo di ritorno dalla scoperta dell’America. Nella provincia di Segovia, sempre in Spagna, ogni anno, il 5 febbraio viene eletta una sindachessa e quel giorno nella cittadina lo scettro del potere è affidato soltanto alle donne. In Portogallo sant’Agata (in portoghese Agueda) è patrona di una cittadina che porta il suo nome, nella provincia di Coimbra. In Germania è patrona di Aschaffemburg. In Francia molte sono le località sotto il patronato di Agata: a Le Fournet, una città immersa nei boschi della Normandia, nello stemma cittadino, in onore della santa, sono raffigurate la palma, simbolo del martirio, e la tenaglia, strumento con cui venne torturata. In Grecia molte località portano il nome di Agata e la santa si invoca per scongiurare i pericoli delle tempeste. In Argentina, dove è la protettrice dei vigili del fuoco, le è stata dedicata la cattedrale di Buenos Aires. In diversi altri punti del pianeta ci sono luoghi di venerazione agatini, persino in America, dove esistono una Sainte Agathe des Monts nel Québec e una Sainte Agathe en Monitoba presso Winnipeg, in Canada. Ma anche in India, a Viayawala, c’è un santuario a lei dedicato. Stabilire quanti sono in tutto il mondo i luoghi di culto e i devoti di sant’Agata è un’impresa forse impossibile.

I fonditori di campane

Un tempo sant’Agata era considerata protettrice dei fonditori di campane e degli ottonai. Questa tradizione nacque, secondo alcuni, perchè, quando scoppiavano calamità, era consuetudine suonare le campane. Quindi la santa, solitamente invocata contro le calamità, fu nominata protettrice di coloro che realizzavano gli strumenti utilizzati per dare l’allarme. Ma, secondo altri, la protezione era invocata dagli stessi fonditori affinché la vergine catanese proteggesse la fusione e la perfetta riuscita delle campane.

I tessitori

La venerazione di sant’Agata come patrona dei tessitori nasce da una leggenda che ha trasformato Agata in una sorta di Penelope cristiana. Vuole la leggenda che Agata, per allontanare le nozze con un uomo molesto e odioso, sicuramente lo stesso Quinziano, lo avrebbe convinto ad aspettare che fosse terminata una tela che ella stava tessendo. Ma, come faceva la moglie di Ulisse con i Proci, Agata di giorno tesseva e di notte scuciva, cosicché la tela non fu mai ultimata.

Contro gli incendi

La devozione per sant’Agata protettrice contro i pericoli del fuoco si diffuse durante il Medioevo. Si disse a quell’epoca che, se la santa proteggeva contro il fuoco di un vulcano, a maggior ragione poteva difendere contro tutti gli incendi. La prerogativa di allontanare il fuoco ha diffuso il culto di sant’Agata oltre i confini nazionali. Per esempio a Lione, in Francia, i contadini il 5 febbraio fanno benedire un pane che scagliano contro le fiamme in caso di incendio. Sempre durante il Medioevo si diffuse la credenza che sant’Agata proteggesse anche contro qualsiasi altra calamità naturale: inondazioni, bufere, epidemie e carestie.

Contro le malattie femminili

Sempre più donne si rivolgono oggi a sant’Agata, che fu martirizzata con l’amputazione delle mammelle, per scongiurare le malattie e i tumori al seno e, più in generale, contro tutte le malattie femminili. E numerosi sono i casi di guarigioni miracolose operate per intercessione di sant’Agata su casi diagnosticati inguaribili. Sant’Agata inoltre protegge le puerpere che hanno male al seno e le gestanti che a lei si rivolgono per ottenere un parto felice e la grazia di allattare personalmente i propri figli.


L'ICONOGRAFIA^ Torna in cima


Sant’Agata è presente nella tradizione artistica catanese e nella considerazione popolare nelle vesti di santa bambina (“ Santuzza ”, come la chiamano con affetto i catanesi), mite e delicata, ma al tempo stesso è vista come santa potente, fiera e temibile. Il Busto, il veneratissimo reliquiario d’argento e smalto, offre un’immagine dolce della santa, con un sorriso placido. Ma lo stemma della città, scolpito nella pietra lavica dell’Etna, raffigura Agata con lo sguardo fiero e con la spada sguainata e pronta a difendere quanti a lei si affidano; è un’immagine che incute timore. E infatti Agata è la giovinetta delicata e pudica che subì le torture per amore di Cristo, che liberò la sua terra dalla corruzione dei costumi, restituendo il senso del pudore che la religione pagana aveva indebolito. Ma fu anche capace di giurare protezione e di salvare Catania dalla lava, dai pirati, dai nemici e dalle epidemie. Le immagini di sant’Agata, centinaia diffuse in tutto il mondo, rappresentano la santa con i simboli e gli elementi del martirio: giglio della purezza, palma del martirio, tenaglie, seno reciso. La più antica raffigurazione iconografica di sant’Agata è un mosaico nella chiesa di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna. Risale alla metà del VI secolo e la rappresenta in piedi, vestita dell’abito ufficiale delle diaconesse, una lunga tunica verde.

LE RELIQUIE^ Torna in cima


Il triste distacco

Nel 1040, dopo due secoli di dominazione araba, i Bizantini comandati dal generale Giorgio Maniace tentarono di riconquistare la Sicilia. La loro vittoria fu soltanto temporanea, anche perché Stefano, il responsabile della flotta bizantina, commise il grave errore di farsi sfuggire il più importante prigioniero di guerra, il capo militare arabo Abd Allah. Per questa ragione il generale Maniace inflisse a Stefano una severa punizione, ignaro che l’ammiraglio fosse un membro della casa imperiale di Costantinopoli. Per sanare l’incidente diplomatico e recuperare la stima dei sovrani che gli avevano già ordinato il rientro in patria, Giorgio Maniace decise di donare alla casa regnante le preziose reliquie della catanese sant’Agata e della siracusana santa Lucia, già conosciute e venerate in tutto il Mediterraneo. La tradizione racconta che un fortunale impedì la partenza della nave per tre giorni, quasi che sant’Agata non volesse staccarsi dalla città nella quale era nata e aveva subito il martirio. Alla fine i catanesi, addolorati e inermi di fronte alla decisione del conquistatore, videro allontanarsi a bordo di una nave bizantina le preziose reliquie della loro patrona. Una fontanella con un’effigie di sant’Agata che guarda a oriente, posta di fronte alla marina, ricorda il punto dal quale i catanesi in lacrime assistettero impotenti a questo furto.

Il ritorno in patria

Dovettero passare 86 anni prima che le reliquie di sant’Agata tornassero in patria. Si dice che fosse stata la stessa santa a volerlo, richiedendolo espressamente a due militari a lei devoti, il provenzale Gisliberto e il pugliese Goselmo. Più volte la santa apparve loro in sogno, finché una notte i due decisero di sottrarre le sacre spoglie dalla chiesa di Costantinopoli dove erano venerate. Per sfuggire più facilmente ai controlli dovettero sezionare il corpo della santa in cinque parti, per poi nasconderle dentro le faretre in cui normalmente si riponevano le frecce. Si narra che poi le avessero ricoperte con petali di rosa profumati. I due militari presero una nave e si diressero in Sicilia, ma prima si fermarono in Puglia, regione in cui era nato Goselmo, e per suo desiderio vi lasciarono una preziosa reliquia, una mammella, ancora oggi venerata nella chiesa di Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto, a Galatina (Lecce). Quando giunsero a Messina, i due soldati avvertirono il vescovo di Catania, Maurizio, che le reliquie di sant’Agata erano finalmente giunte vicino alla città. li vescovo, che in quei giorni si trovava nella residenza estiva ad Acicastello, fu enormemente felice, ma per prudenza, prima di diffondere la notizia in città, volle accertarsi che i due dicessero la verità e che quelle che avevano trasportato fossero realmente le spoglie della santa. Inviò a Messina due monaci fidatissimi, Oldmanno e Luca, per il riconoscimento: le reliquie furono confrontate con i referti che erano stati redatti durante le ultime ricognizioni. Soltanto dopo la conferma dei monaci, il vescovo Maurizio diede la notizia ai catanesi. Era il 17 agosto 1126. Il popolo, svegliato durante la notte da uno scampanio a festa, non perse tempo a cambiarsi d’abito e si riversò in strada così come si trovava, anche a piedi nudi e in camicia da notte, per accogliere prima possibile le reliquie finalmente recuperate. Lo storico incontro dei catanesi con le spoglie di sant’Agata avvenne nel quartiere di Ognina, dove in seguito fu eretta una chiesa che nel 1381 la lava circondo senza distruggere, ma che più recentemente fu abbandonata e infine lasciata andare in rovina. A con ferma dell’eccezionalità di quell’evento del 1126, i documenti storici registrano un miracolo, compiuto quella stessa notte. Una donna, cieca e paralitica dalla nascita, riacquistò vista e uso delle gambe nell’atto di prostrarsi davanti al sacro tesoro. I catanesi furono così riconoscenti ai due soldati che li elessero cittadini onorari e li vollero eterni custodi delle reliquie della santa: le toro spoglie riposano in cattedrale, in una parete della cappella della Madonna, accanto a quella di sant’Agata, anche se il punto esatto non è indicato.

Il Busto

Dal 1376 la testa e il torace di sant’Agata sono custoditi in un prezioso reliquiario d’argento lavorato finemente a sbalzo e decorato con ceselli e smalto. Ha l’aspetto di una statua a mezzo busto, con l’incarnato del volto in fine smalto e il biondo dei capelli in oro, in realtà, però, è un raffinato forziere, cavo all’interno, in cui sono custodite le reliquie della testa, del costato e di alcuni organi interni. L’allora vescovo di Catania, un benedettino francese oriundo di Limoges, l’aveva commissionato in Francia, nel 1373, all’orafo senese Giovanni Di Bartolo. La devozione dei fedeli arricchisce continuamente di gioielli, ori e pietre preziose la finissima rete che ricopre il Busto. Tra gli oltre 250 pezzi che a più strati ricoprono il reliquiario, alcuni sono doni di particolare valore. La corona, un gioiello di 1370 grammi tempestato di pietre preziose, fu, secondo una tradizione non confermata, un dono di Riccardo I d’inghilterra detto “ Cuor di Leone ”, che giunse in Sicilia nel 1190, durante una crociata. La regina Margherita di Savoia, nel 1881, offrì un prezioso anello, mentre il vicerè Ferdinando Acugna una massiccia collana quattrocentesca. Vincenzo Bellini donò alla patrona della sua città un riconoscimento che era stato dato a lui: la croce di cavaliere della Legion d’Onore. Anche papi, vescovi e cardinali negli anni hanno arricchito il tesoro di sant’Agata di collane e croci pettorali, oggetti preziosi che si aggiungono ai tantissimi ex voto che il popolo catanese continua a offrire alla <Santuzza>. Nella stessa data in cui fu realizzato il Busto, gli orafi di Limoges eseguirono anche i reliquiari per le membra: uno per ciascun femore, uno per ciascun braccio, uno per ciascuna gamba. I reliquiari per la mammella e per il velo furono eseguiti più tardi, nel 1628. Attraverso il vetro delle teche, che protegge ma non nasconde, durante la festa di sant’Agata si può vedere il miracoloso velo, una striscia di seta rosso cupo, lunga 4 metri e alta 50 centimetri, che le ricognizioni garantiscono ancora morbida, come se fosse stata tessuta di recente. Attraverso il reliquiario della mano destra e del piede destro si possono scorgere i tessuti del corpo della santa ancora miracolosamente intatti.

Lo scrigno

Le reliquie del corpo, che per secoli furono conservate in una cassa di legno (oggi custodita nella chiesa di Sant’Agata la Vetere), daI 1576 si trovano in uno scrigno rettangolare d’argento alto 85 centimetri, lungo un metro e 48, largo 56. Il coperchio è suddiviso in 14 riquadri che raffigurano altrettante sante che onorano Agata, la prima vergine martire della chiesa. All’interno si conservano anche due documenti storici: la bolla pontificia di Urbano Il che conferma solennemente che sant’Agata nacque a Catania e non a Palermo, come voleva un’altra tradizione, e una pergamena del 1666 che proclama sant’Agata protettrice perpetua di Messina.

La reliquia del seno

Fra tutte le città italiane di cui sant’Agata è compatrona, Gallipoli e Galatina, in Puglia, sono coinvolte in una singolare contesa che vede come protagonista una reliquia di sant’Agata, la mammella. Una leggenda diffusa in Puglia spiegherebbe con un miracolo la presenza della reliquia a Gallipoli. Si dice che l’8 agosto del 1126 sant’Agata apparve in sogno a una donna e la avverti che il suo bambino stringeva qualcosa tra le labbra. La donna si svegliò e ne ebbe conferma, ma non riuscì a convincerlo ad aprire la bocca. Tentò a lungo: poi, in preda alla disperazione, si rivolse al vescovo. Il prelato recitò una litania invocando tutti i santi, e soltanto quando pronunciò il nome di Agata il bimbo aprì la bocca. Da essa venne fuori una mammella, evidentemente quella di sant’Agata. La reliquia rimase a Gallipoli, nella basilica dedicata alla santa, dal 1126 al 1389, quando il principe Del Balzo Orsini la trasferì a Galatina, dove fece costruire la chiesa di Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto, nella quale è ancora oggi custodita la reliquia, presso un convento di frati cappuccini. Le altre reliquie A Palermo, nella Cappella regia, sono custodite le reliquie dell’ulna e del radio di un braccio. A Messina, nel monastero del SS. Salvatore, un osso del braccio. Ad Ali, in provincia di Messina, parte di un osso del braccio. A Roma, in diverse chiese si conservano frammenti del velo. A Sant’Agata dei Goti, in provincia di Benevento, si conserva un dito. Altre piccole reliquie si trovano a Sant’Agata di Bianco, a Capua, a Capri, a Siponto, a Foggia, a Firenze, a Pistoia, a Radicofani, a Udine, a Venalzio, a Ferrara. Anche all’estero si custodiscono piccole reliquie di sant’Agata. in Spagna: a Palencia, a Oviedo e a Barcellona. In Francia: a Cambrai, Hanan, Breau Preau e Douai. In Belgio: a Bruxelles, a Thienen, a Laar; ad Anversa. E ancora, in Lussemburgo, nella Repubblica Ceca (Praga) e in Germania (Colonia).

I LUOGHI DI CULTO^ Torna in cima


La cattedrale

Al centro di Catania, all’interno del duomo, una celletta chiusa per tutto l’anno, protetta da impenetrabili cancelli e nascosta alla vista, custodisce il bene più prezioso e più caro ai catanesi e ai devoti agatini: il Busto e i ricchissimi ex voto che lo ricoprono interamente, comunemente detti “ il Tesoro ”. La cappella è il vero “ cuore ” della cattedrale, non soltanto per l’importanza che riveste, ma anche per la collocazione fisica. Il piccolo vano, infatti, è ricavato all’interno di una parete, tra l’altare maggiore e la navata laterale destra. Un robusto cancello di bronzo e oro del 1485 la protegge da eventuali tentativi di furto. La cattedrale fu costruita in epoca normanna e fu completata nel 1094, durante l’esilio delle reliquie a Costantinopoli. Dal 1125, ossia da quando Gisliberto e Goselmo le riportarono in patria, le reliquie della patrona sono sempre state custodite in cattedrale, con un’unica eccezione durante l’ultimo conflitto mondiale, quando per prudenza furono affidate al parroco di Fleri, un centro abitato della provincia etnea, e nascoste in una cisterna vuota dietro la chiesa. La cattedrale fu distrutta dal terremoto del 1693 e ricostruita in pochissimo tempo da record, solo due anni, in stile tardobarocco su un progetto del Vaccarini. L’architetto palermitano decise di mantenere le dimensioni della basilica normanna, la vecchia struttura a tre navate, le due cappelle del transetto e le tre absidi normanne, rimaste in piedi dopo il terremoto.

Sant’Agata la Vetere

L’attuale chiesa sorge sull’area che fu il più antico luogo di culto agatino: in quello stesso posto, infatti, nel 262, dieci anni dopo il martirio, sorgeva la prima edicola dedicata a sant’Agata. L’edicola fu edificata per volontà del vescovo Everio nel luogo in cui sorgeva il palazzo pretorio distrutto dal terremoto del 251. In un primo momento non vi fu custodito il corpo della martire perché in periodo di persecuzioni i sarcofagi che contenevano spoglie di cristiani venivano confiscati. Per sessant’anni, prima che Costantino consentisse ai cristiani il culto, il corpo fu tenuto nascosto fuori dalle mura cittadine. Nei 313 le spoglie furono traslate nella chiesa di Sant’Agata la Vetere, diventata cattedrale della città, e lì rimasero fino al 1040, quando il generale Maniace ne fece bottino di guerra. Al rientro da Costantinopoli, la chiesa di Sant’Agata la Vetere non era più cattedrale, ma in essa si continuò a conservate il primo sarcofago di sant’Agata. Tale urna di pietra si trova ancora oggi al posto dell’altare maggiore. E’ lunga 2 metri, larga 80 centimetri e alta 60 ed è decorata con motivi dell’arte ellenisticoromana, della stessa epoca a cui risale la morte della santa. Il coperchio non è originale, ma di epoca più tarda. All’interno della chiesa, la più grande a navata unica di Catania, si trova un’altra reliquia: la cassa di legno nella quale furono conservate le spoglie di sant’Agata per più di cinque secoli. Un monumento settecentesco in marmo ricorda che quella fu l’area in cui Quinziano ordinò agli sgherri di recidere le mammelle a sant’Agata. In questa chiesa venivano celebrati solennemente i vespri del 4 febbraio, vigilia della solennità. Però, dopo il terremoto del dicembre 1990, la chiesa è stata dichiarata inagibile ed è al momento ancora chiusa alle celebrazioni.

Il carcere

E’ una chiesa addossata all’antico muro della città. Al suo interno si trova la celletta dove sant’Agata fu rinchiusa durante il processo, dove venne portata dopo il martirio, dove fu guarita dall’apostolo Pietro e dove il 5 febbraio 251 esalò l’ultimo respiro e rese l’anima a Dio. La celletta buia, umida e tetra fu sempre un luogo di culto e, un tempo, un cunicolo, ora chiuso, la collegava alla chiesa di Sant’Agata la Vetere. Nel 1571 fu edificata una cappella che introduceva in questo luogo sacro e nel XVIII secolo fu ingrandita e abbellita con l’artistico portale che, dal tempo di Federico Il al terremoto del 1693, aveva adornato l’ingresso principale del duomo. Nel tempio sono custodite altre due reliquie: la lastra di pietra dove sono impresse le orme dei piedi, che la tradizione vuole sant’Agata abbia lasciato quando per la prima volta fu gettata in carcere, e la cassa di legno nella quale vennero trasportate le reliquie da Acicastello a Catania al rientro da Costantinopoli. Sia il terremoto del 1693 che le colate laviche che cambiarono la forma della città hanno sempre risparmiato la chiesetta. Oggi è meta di un gran numero di devoti che, ai piedi dell’altare, nel punto in cui Agata ottenne il miracolo da san Pietro, supplicano aiuto, invocano miracoli e innalzano lodi per grazie ricevute.

La fornace

Sul luogo dove sant’Agata subì il martirio del fuoco sorge una chiesetta a unica navata. Tuttora è visibile, nella cappella destra, attraverso un oblò, la fornace che al tempo delle persecuzioni era utilizzata per le torture e che fu il luogo dove si consumò il martirio di sant’Agata. La chiesa della fornace, che i catanesi chiamano anche “ Carcara ” e che è dedicata anche a san Biagio, subito dopo la caduta dell’impero romano era una semplice cappella. Nel 1098 fu leggermente ampliata, ma non si poterono superare le attuali dimensioni, perché lo impediva il bastione del carcere romano che la affianca. Fu rimodernata nel 1589 e miracolosamente preservata dall’eruzione del 1669. Da questo luogo, prezioso in quanto documento storico e di culto, il 3 febbraio di ogni anno si diparte la solenne processione per l’offerta della cera alla santa patrona.

La chiesa di Sant’Agata a Cremona

A Cremona, nella basilica collegiata di Sant’Agata, è venerata la “ tavola dell’angelo ”. Si trova al Nord perché, si disse, un prete di origine cremonese, durante l’invasione dei Longobardi, approfittò del trambusto generale e la portò con sé. Da quel momento, la tavoletta divenne oggetto di grande venerazione, sia per il popolo cremonese, sia per vescovi e cardinali. Il 5 febbraio di ogni anno, e la domenica successiva, si svolgono le celebrazioni in onore della santa. La reliquia è custodita all’interno di un’originale teca, una tavola lignea alta 112 centimetri e larga 69, dipinta su entrambi i lati da un anonimo pittore sul finire del XIII secolo. Sulla prima facciata sono raffigurate scene della vita e del martirio di sant’Agata, sull’altra una Madonna con il Bambino sormontata da una scena della Pentecoste. La “ tavola dell’angelo ”, protetta da un elegante cancelletto settecentesco, in tanti secoli non è mai stata aperta e, come una conchiglia, continua a nascondere la sua preziosa perla. Nel 1575 san Carlo Borromeo, giunto a Cremona col preciso intento di accertarsi del contenuto del reliquiario sigillato, non osò aprirlo. Davanti a tanta meraviglia si inginocchiò in profonda venerazione. Soltanto a metà degli anni Settanta, durante i lavori di restauro, fu fatta una radiografia della “ tavola ”. Si accertò finalmente che, all’interno, si trova un corpo estraneo, ma nessuno ancora oggi ha voluto violare il mistero che nasconde quella preziosa reliquia.



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