LA SICILIA AL TEMPO DI AGATA^
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Negli anni in cui visse Agata, a metà del III secolo, l’impero romano
aveva già raggiunto la massima estensione territoriale. I suoi confini andavano
dalla Penisola iberica alla Mesopotamia, dalla Britannia all’Egitto,
abbracciando popoli, lingue, religioni e costumi molto diversi tra loro.Il
governo centrale si era preoccupato di dare uniformità alle terre conquistate
imponendo a tutti la lingua latina, le leggi di Roma e la propria religione,
ma non era m grado di amministrarle e di controllarle direttamente.
Per questo aveva affidato ogni provincia a un proconsole o a un governatore,
funzionari che godevano sia deipoteri civili che di quelli militari: imponevano
e riscuotevano le imposte. amministravano la giustizia, comandavano l’esercito.
Ai tempi dell’imperatore Decio, Catania era una città ricca e fiorente,
che per di più godeva di un’ottima posizione geografica.
Il suo grande porto, nel cuore del Mediterraneo, rappresentava uno dei più
vivaci punti di scambio commerciale e culturale dell’epoca. Le fonti
storiche narrano che era amministrata dal proconsole Quinziano, uomo rude,
prepotente e superbo. Con moglie e famiglia, una corte numerosa, le guardie
imperiali e una schiera di servi, alloggiava nel ricco palazzo pretorio, un
enorme complesso di edifici con annesse aule giudiziarie e carceri, in cui
si svolgevano tutte le attività pubbliche della città.
LE PERSECUZIONI^
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Sin dal 264 a.C., anno in cui con la prima guerra punica Roma sottrasse l’isola
ai Cartaginesi, in Sicilia era stata imposta la religione pagana dei Romani,
col suo carico di divinità popolane e goderecce, esempi di corruzione e di
dissolutezza nei costumi. Quando la comunità cristiana iniziò a essere abbastanza
ampia, intorno al 40 d.C., si abbatterono su di essa le prime persecuzioni.
Inizialmente con Nerone, a metà del primo secolo, ebbero carattere soltanto
occasionale. Poi, nel corso del II secolo, fu data loro una base giuridica
mediante una legge che vietava il culto cristiano. Di questi primi secoli
la Chiesa ricorda numerosi martiri che, con il loro coraggio e la determinazione
nell’accettare la morte per Cristo, contribuirono ad accelerare la diffusione
del cristianesimo. All’inizio del III secolo, l’imperatore Settimio
Severo emanò un editto di persecuzione. Egli stabilì che i cristiani dovessero
essere prima denunciati alle autorità e poi invitati a rinnegare pubblicamente
la loro fede. Se accettavano di tornare alla religione pagana avevano diritto
al libellurn, una sorta di certificato di conformità religiosa, ma se si rifiutavano
di sacrificare agli dei, venivano prima torturati e poi uccisi. Con questo
sistema, freddo e calcolatore, l’imperatore cercava di fare apostati,
cioè persone che abbandonavano la fede cristiana, e non martiri, che erano
considerati più pericolosi dei cristiani vivi. Poi, di fronte al diffondersi
del cristianesimo e temendo che l’aumento dei fedeli potesse minacciare
la stabilità dell’impero, nel 249 l’imperatore Decio ordinò una
repressione ancora più radicale: tutti i cristiani, denunciati o no, erano
ricercati d’ufficio, rintracciati, torturati e infine uccisi.
AGATA “LA BUONA” ^
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In quegli anni, a metà del III secolo, a Catania nasceva Agata. La data non
è mai stata storicamente accertata con esattezza, ma fu calcolata a ritroso
partendo da un’altra che invece è certa, cioè il martirio avvenuto nel
251. La tradizione popolare e gli antichi atti vogliono che Agata, al momento
del martirio, fosse poco più che adolescente. Per questo motivo si fa risalire
la sua nascita intorno all'anno 235. Una voce aggiunge anche il giorno: l’8
settembre, facendolo coincidere con una delle date più importanti del culto
mariano, quella della nascita della Madonna. La sua era una famiglia nobile
e ricca. Possedeva case e terreni coltivati, in città e in provincia. Il padre
Rao e la madre Apolla decisero di chiamarla Agata, che in greco significa
“la buona”. In questo nome c’era già racchiuso il suo destino:
bontà e purezza furono, infatti, le doti che distinsero Agata sin dalla prima
infanzia. La tradizione popolare identifica nei ruderi di una villa romana,
al centro della città, la casa natale di Agata. In questo luogo in seguito
è stato posto un piccolo altare che, in ogni periodo dell’anno, è tanto
ricco di fiori da sembrare un giardino a primavera. Dei suoi primi anni di
vita non ci sono giunte testimonianze documentate, ma si può supporre che
sin dalla più tenera età Agata abbia ricevuto dai genitori una buona educazione
e che dal loro esempio abbia appreso il valore delle virtù cristiane: la preghiera,
la rinuncia alle ricchezze terrene, il coraggio nello scegliere Cristo. Agata
trascorreva le giornate della sua adolescenza in un sereno ambiente familiare.
Era obbediente ai genitori, che amava profondamente, ma più di ogni cosa amava
Dio. Fuggiva il lusso e la vita mondana, che invece erano al centro degli
interessi delle coetanee di pari grado sociale. Cresceva in santità: metteva
tutto il suo impegno nelle semplici cose di ogni giorno per imitare e testimoniare
Gesù. E fu questo allenamento quotidiano alla rinuncia e al sacrificio che
le permise di prepararsi ad affrontare la grande prova del martirio. Ma Agata
cresceva anche in bellezza: il suo corpo era slanciato, i lineamenti delicati,
le labbra rosee, i capelli biondi. La voce del popolo l’ha descritta
per secoli così, e in questo modo l’arte sacra l’ha sempre raffigurata.
Qualcuno ha pensato di trovare una conferma, sia dell’altezza che del
colore dei capelli, nelle ricognizioni fatte periodicamente sulle reliquie
della santa. Come un bocciolo di rosa, la sua bellezza era nella grazia delle
forme e nel pudore che le rivestiva. Bellezza, candore e purezza verginale
facevano di Agata una creatura davvero angelica.
LA CONSACRAZIONE A DIO ^
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Molto presto, già negli anni dell’infanzia, Agata ebbe chiaro nel cuore
il desiderio di donarsi totalmente a Cristo. Per lo Sposo celeste provava
un sentimento semplice e spontaneo, ma anche così forte che era impaziente
di pronunciare il voto di verginità. Nel segreto dell’animo si era già
promessa a Dio e, quando non aveva ancora compiuto 15 anni, sentì che era
giunto il momento di consacrarsi solennemente. Il vescovo di Catania accolse
la sua richiesta e, durante una cerimonia ufficiale chiamata velatio, le impose
il flammeum, il velo color rosso fiamma che portavano le vergini consacrate.
Agata da quel giorno divenne sposa di Cristo. Aveva atteso con ansia e trepidazione
quel momento e aveva pregato tanto Dio di poter offrire a lui il suo cuore
puro. Così, dopo tanta attesa, la consacrazione la rese profondamente felice,
consentendole di vivere in preghiera e meditazione.
LA FUGA E L'ARRESTO ^
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Un giorno, il proconsole Quinziano fu informato che in città, tra le vergini
consacrate, viveva una nobile e bella fanciulla. Decise allora che doveva
conoscerla. Ordinò ai suoi uomini che la catturassero e la conducessero al
palazzo pretorio: si trattava proprio di Agata. L’accusa formale, in
forza dell’editto di persecuzione dell’imperatore Decio, era quella
di vilipendio della religione di Stato, un’accusa riservata a tutti
i cristiani che non volevano abiurare. In realtà l’ordine del proconsole
nasceva anche dal desiderio di soddisfare un capriccio e un interesse personale:
piegare a sé una giovane bella e illibata e confiscarle i beni di famiglia.
Per sottrarsi all’ordine del proconsole, Agata per qualche tempo rimase
nascosta lontano da Catania. Su questo punto storia e leggenda sono fortemente
intrecciate: più città si contendono il merito di aver dato asilo alla vergine
esule. Tra le ipotesi più accreditate, la più probabile è quella secondo cui
Agata si rifugiò a Galermo, una contrada poco distante da Catania, dove i
genitori possedevano case e terreni. Secondo un’altra tradizione, che
nasce con buona probabilità da un errore di trascrizione degli antichi atti
del martirio, Agata si sarebbe rifugiata, invece che a Galermo, a Palermo.
Un’ultima e poco attendibile ipotesi, questa di tradizione non italiana,
sostiene che Agata si sarebbe nascosta in una grotta nell’isola di Malta.
Nei secoli, il popolo ha arricchito di avventure leggendarie la fuga e l’arresto
di Agata. Una di queste narra che ella, inseguita dagli uomini di Quinziano
e giunta ormai nei pressi del palazzo pretorio, si fosse fermata a riposare
un istante. Nello stesso momento in cui si fermò, si dice per allacciarsi
un calzare, un ulivo comparve dal nulla e la giovinetta potè ripararsi e anche
cibarsi dei suoi frutti. Ancora oggi, per rinnovare il ricordo di quell’evento
prodigioso, è consuetudine coltivare un albero di ulivo in un’aiuola
vicino ai luoghi del martirio. Un’altra tradizione popolare legata a
questa leggenda vuole che, il giorno della festa di sant’Agata, vengano
consumati dolcetti di pasta reale, di colore verde e ricoperti di zucchero,
che nella forma ricordano le olive, chiamati appunto “olivette di sant’Agata”.
Tornando alla storia, Agata rimase in esilio soltanto per poco tempo. Gli
apparitores, gli sgherri al servizio del proconsole, la raggiunsero con quella
facilità che è propria dei potenti e la condussero in tribunale al cospetto
di Quinziano.
IN CASA Dl AFRODISIA ^
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Quinziano, non appena la vide, fu rapito dalla sua bellezza. Un ardore passionale
lo invase, ma i suoi tentativi di seduzione furono tutti vani, perché Agata
lo respinse sempre con grande fermezza. Il proconsole pensò allora che un
programma di rieducazione avrebbe potuto trasformare la giovane e l’avrebbe
convinta a rinunciare ai voti e a cedere alle sue lusinghe. La affidò così
per un mese a una cortigiana, una matrona dissoluta, maestra di vizi e di
corruzione, che era conosciuta col nome di Afrodisia. La donna viveva in casa
con le sue figlie, nove secondo la tradizione, diaboliche e licenziose almeno
quanto lei. Fu il mese più duro e terribile per la giovane Agata. La sua purezza
era costretta a subire continui insulti, cattivi esempi e inviti immorali.
Per farle dimenticare Gesù, Afrodisia la tentò con ogni mezzo: banchetti,
festini, divertimenti di ogni genere, le promise gioielli, ricchezze e schiavi.
Ma Agata disprezzava ognuno di questi doni. Quando lo strumento della persuasione
si rivelò incapace a piegare la sua ferrea volontà, Afrodisia e le figlie
tentarono di raggiungere lo stesso vile scopo attraverso le minacce. “
Quinziano ti farà uccidere ”, le intimavano. Ma la vergine incorruttibile
respingeva ogni proposta, si mostrava insensibile a ogni minaccia, opponeva
rifiuti secchi usando parole di fuoco: < Vane sono le vostre promesse, stolte
le parole, impotenti te minacce. Sappiate che il mio cuore è fermo come una
pietra in Cristo e non cederà mai. La giovane Agata fu sempre fedele al suo
unico Sposo; a lui offriva le sofferenze che pativa per la fede e giorno dopo
giorno la sua anima ne risultava sempre più temprata. Allo scadere del mese
e di fronte alla fermezza di Agata, Afrodisia non potè far altro che arrendersi.
Sconfitta e umiliata, riconsegnò la giovane a Quinziano: “ Ha la testa
più dura della lava dell’Etna, non fa altro che piangere e pregare il
suo invisibile Sposo. Sperare da lei un minimo segno d’affetto è soltanto
tempo perso ”.
IL PROCESSO ^
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Quinziano prese atto che lusinghe, promesse e minacce non sortivano alcun
effetto su quella giovane tanto bella quanto innamorata di Gesù. Decise allora
di dare immediato avvio a un processo, contando così di piegarla con la forza.
Convocata al palazzo pretorio, Agata entro fiera e umile. Procedeva a passi
sicuri verso il suo persecutore e, quando i suoi occhi limpidi incontrarono
quelli di Quinziano, li trovarono accesi di rabbia e di desiderio di rivalsa.
Agata non era spaventata, sapeva che Io Spirito Santo l’avrebbe assistita
e le avrebbe suggerito le parole da dire al tiranno. Ne era certa, perché
Gesù stesso lo aveva promesso ai suoi discepoli. Si presentò al proconsole
vestita come una schiava, come usavano le vergini consacrate a Dio, e Quinziano
volle giocare su questo equivoco per provocarla. “ Non sono una schiava,
ma una serva del Re del cielo ”, chiarì subito Agata. “ Sono nata
libera da una famiglia nobile, ma la mia maggiore nobiltà deriva dall’essere
ancella di Gesù Cristo ”. Le affermazioni di Agata erano taglienti e
fiere, degne della semplicità di una vergine e della fermezza di ma martire.
“ Tu che ti credi nobile ”, disse Agata a Quinnano, “ sei
in realtà schiavo delle tue passioni ”. Questa fu una grave provocazione
per lui, padrone di quella terra e garante della religione pagana in Sicilia.
“ Dunque, noi che disprezziamo il nome e la servitù di Cristo ”,
domandò irritato il proconsole, “ siamo ignobili? ”. Per Agata,
che parlava con la forza della fede e illuminata dallo Spirito Santo, era
arrivato il momento di accettare la sfida e rilanciò: “ Ignobiltà grande
è la vostra: voi siete schiavi delle voluttà, adorate pietre e legni, idoli
costruiti da miseri artigiani, strumenti del demonio ”. Quinziano a
quelle parole si sentì come un toro ferito. Era incapace di controbattere,
non possedeva né le risorse culturali di un oratore, né la saggezza e la semplicità
delle risposte ispirate dalla fede che aveva Agata. Gli unici strumenti che
conosceva bene e che sapeva usare erano la violenza e le minacce. In questo
campo era sicuro di essere il più forte e questi mezzi utilizzò: “ O
sacrifichi agli dèi o subirai il martirio ”, minacciò spazientito. Ma,
di fronte alla minaccia delle torture, Agata non si lasciò intimorire: “
Vuoi farmi soffrire? ”, lo irrise. “ Da tempo lo aspetto, lo bramo,
è la mia più grande gioia ”. Poi, con voce sicura, aggiunse: “
Non adorerò mai le tue divinità. Come potrei adorare una Venere impudica,
un Giove adultero o un Mercurio ladro? Ma se tu credi che queste siano vere
divinità, ti auguro che tua moglie abbia gli stessi costumi di Venere ”.
Queste parole, pesanti come macigni e affilate come lame, per Quinziano furono
dure sferzate al suo orgoglio. Seppe reagire soltanto con la violenza e ricambiò
con uno schiaffo l’umiliazione appena subita. Per niente avvilita per
la percossa, Agata gli rispose: “ Ti ritieni offeso perché ti auguro
di assomigliare ai tuoi dèi? Vedi allora che nemmeno tu li stimi? Perché pretendi
che siano onorati e punisci chi non vuole adorarli? ”. Erano parole
inconfutabili, ma Quinziano non volle arrendersi e ordinò che la giovane fosse
rinchiusa in carcere.
IL CARCERE E LE TORTURE ^
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Per un giorno e una notte Agata rimase chiusa in una cella del carcere, all’interno
del palazzo pretorio: diventata in seguito un luogo di culto, era una cameretta
interrata, buia e umida. Il soffitto era alto e soltanto una finestrella irraggiungibile
lasciava filtrare un raggio di luce attraverso una spessa grata di ferro.
Non le fu dato né cibo, né acqua e una pesante catena le stringeva le caviglie.
Ma la giovane Agata non disperò mai e continuò a pregare ancora più intensamente
lo Sposo celeste. La mattina successiva fu condotta per la seconda volta davanti
al proconsole. “ Che pensi di fare per la tua salvezza? ”, le
domandò Quinziano. “ La mia salvezza è Cristo ”, rispose decisa
Agata. Soltanto a quel punto Quinziano si rese conto che qualunque tentativo
di persuasione era destinato al fallimento e, con uno scatto d’ira,
ordinò di sottoporla a orrende torture. Ad Agata furono stirate le membra,
fu percossa con le verghe, lacerata col pettine di ferro, le furono squarciati
i fianchi con lamine arroventate. Ogni tormento, invece di spezzarle la resistenza,
sembrava darle nuovo vigore. Allora Quinziano si accanì ulteriormente contro
la giovinetta e ordinò agli aguzzini che le amputassero le mammelle. “
Non ti vergogni, gli disse Agata, “ di stroncare in una donna le sorgenti
della vita dalle quali tu stesso traesti alimento, succhiando al seno di tua
madre? ”. L’ordine di Quinziano era un gesto di rabbia e di vendetta:
ciò che non aveva potuto ottenere, ora voleva distruggere. Voleva vederla
soffrire per il dolore del martirio e per il pudore violato. Voleva umiliarla
nella sua dignità di donna, ma nessun segno di turbamento segnò il volto né
le parole di Agata: “ Tu strazi il mio corpo ”, disse, “
ma la mia anima rimane intatta ”.
IL MIRACOLO DI SAN PIETRO^
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Agata fu riportata in cella, ferita e sanguinante. Le piaghe aperte bruciavano,
il dolore era lancinante. Ma sapeva che pativa per Gesù e questo l’appagava.
Così, mentre pregava in silenzio, con lo sguardo rivolto al cielo al di là
della grata, lo Sposo celeste volle alleviarle il dolore e le mandò l’apostolo
Pietro. La notte successiva alle torture, nel buio della cella, la fanciulla
vide avvicinarsi una luce bianca. Era un fanciullo vestito di seta con una
lucerna in mano. Lo seguiva un uomo anziano. Inizialmente Agata non volle
che l’anziano le porgesse i medicamenti che aveva portato con sé per
guarire le sue ferite. “ La mia medicina è Cristo ”, disse, rifiutando
delicatamente l’aiuto “ se Egli vuole, con una sola parola, può
risanarmi ”. Agata desiderava ardentemente soffrire per Cristo, morire
per lui, diventare una martire per amore. Sapeva che il chicco di grano può
dare frutto soltanto se muore e così anche il suo sangue, versato per gli
ideali del vangelo, poteva essere il seme di un’umanità rinnovata in
Cristo. “ Le pene che io soffro ”, spiegò all’anziano visitatore,
“ completano il mio lungo desidereo ”, coltivato sin dall’infanzia
”. Ma quando l’uomo la rassicurò e le disse di essere l’apostolo
di Cristo, Agata chinò il capo e accettò che su di lei si compisse la volontà
di Dio. Aveva aspettato tanto, ma, obbediente alla volontà del suo Sposo,
abbandonò un desiderio che era suo per accettare quello del Padre. Il prodigio
non tardò: quando l’uomo scomparve nel buio, Agata si accorse che le
ferite erano guarite, il suo seno era rifiorito e il suo spirito si era rinvigorito.
LA CONDANNA A MORTE ^
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Dopo quattro giorni di cella, all’alba del quinto fu condotta in tribunale
per la terza volta. Quinziano fu sbalordito e incredulo nel vedere rimarginate
le ferite sul corpo di Agata e volle sapere cosa fosse accaduto. Agata gli
rispose fiera: “ Mi ha fatta guarire Cristo ”. Quella giovane
fanciulla, così bella e fragile ma anche così determinata, doveva apparire
al proconsole come la più pesante delle sconfitte personali. La sua stessa
presenza era ormai imbarazzante e Quinziano volle liberarsi di quell’incubo
con l’ordine definitivo: “ Uccidetela ”, gridò. Per Agata
fu decisa la morte più atroce: un letto di tizzoni ardenti con lamine arroventate
e punte infuocate. L’ordine fu eseguito immediatamente: Agata fu gettata
sulle braci, coperta soltanto dal suo velo da sposa di Cristo. Mentre il suo
corpo veniva rivoltato sui carboni ardenti e trafitto da punte di ferro e
lamine taglienti, la sua anima, che si era conservata pura, ardeva più forte
per il Signore. A questo punto, secondo la tradizione si sarebbe verificato
un altro miracolo, a testimoniare la chiara santità di Agata: il fuoco, che
straziava il suo corpo, non bruciò invece il velo. Per questa ragione il “
velo di sant’Agata ” diventò da subito una delle reliquie più
preziose. Più volte portato in processione di fronte al fuoco delle colate
laviche dell’Etna, ha avuto il potere di far arrestare il magma. Le
fonti storiche dicono che, quando Agata fu spinta nella fornace, un violento
terremoto scosse l’intera città di Catania. Tutti pensarono che fosse
il grido di dolore della sua terra per l’orrendo delitto. Silvano e
Falconio, i due perfidi consiglieri di Quinziano che avevano controfirmato
la condanna a morte, finirono travolti dal crollo del palazzo pretorio. Si
narra anche che Quinziano fosse riuscito a fuggire, ma poco tempo dopo morì
annegato mentre tentava di attraversare in barca il fiume Simeto, vicino a
Catania. Il suo corpo non fu mai ritrovato e per questa ragione una leggenda
popolare vuole che di tanto in tanto il fantasma del proconsole vaghi inquieto
in quelle zone; mentre c’è chi sostiene di vedere le acque del fiume,
in certi periodi dell’anno, ribollire ancora per lo sdegno. La folla
dei catanesi che aveva assistito al supplizio di Agata l’accompagnò
alle porte del carcere, dove venne condotta agonizzante, e vegliò su di lei
negli ultimi istanti prima della morte. Tutti poterono assistere al suo ultimo
gesto. Con le poche forze che le erano rimaste, Agata unì le mani in preghiera
e, di fronte alla folla commossa, recitò con un filo di voce questa orazione
spontanea: “ Signore, che mi hai creato e custodito fin dalla mia prima
infanzia e che nella giovinezza mi hai fatto agire con determinazione, che
togliesti da me l’amore terreno, che preservasti il mio corpo dalle
contaminazioni degli uomini, ti prego di accogliere ora il mio spirito ”.
Era il 5 febbraio 251.
LA TAVOLA DELL’ANGELO^
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I cristiani che avevano assistito al martirio e alla morte di Agata raccolsero
con devozione il suo corpo e lo cosparsero di aromi e di oli profumati, come
era in uso a quell’epoca. Poi con grande venerazione lo deposero in
un sarcofago di pietra, che da allora fino ai nostri giorni è stato sempre
oggetto di culto a Catania. Le fonti narrano che, quando il sepolcro ormai
stava per essere chiuso, si avvicinò un fanciullo, vestito di seta bianca
e seguito da altri cento giovanetti. Presso il capo della vergine depose una
tavoletta di marmo, che oggi è una preziosa reliquia custodita nella chiesa
di Sant’Agata a Cremona, con l’iscrizione latina “ M. S.
S. H. D. E. P. L. ”, che in italiano significa “ Mente santa e
spontanea, onore a Dio e liberazione della patria ”. Questa iscrizione,
detta anche “ elogio dell’angelo ”, è la sintesi delle caratteristiche
della santa catanese ed è anche una solenne promessa di protezione alla città.